SILENZIARE IL TELEFONO | Silence the smartphone

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Curriculum - Artist biography

Hijoo Moon

Sud Corea

Vive in Norvegia dal 1994: Ha studiato musica da chiesa, direzione, clavicembalo, organo, pianoforte e teologia presso l’Università Teologica di Seoul. Ha poi studiato organo e improvvisazione organistica con il Prof. Zsigmond Szathmáry presso Staatliche Hochschule für Musik di Friburgo in Bresgovia (Master diploma) e poi presso la Staatliche Hogeschool voor de Kunsten di Utrecht (diploma da solista).

Ha inoltre seguito master class e preso lezioni private da Wolfgang Zerer (Amburgo), Piet Kee (Haarlem), Klaus-Martin Ziegler (Kassel) e Guy Bovet (Basilea) tra gli altri.

Ha tenuto il suo debutto nel 1995 presso lo Sesong Center for the Performing Arts di Seoul e si è aggiudicata molti riconoscimenti in competizioni internazionali quali l’ Internationale Johann-Sebastian-Bach Wettbewerb di Lipsia e il Calgary International Organ Festival & Competition (Canada).

Ha tenuto numerosi concerti e molte registrazioni live trasmesse da TV e radio sia come organista che in qualità di cembalista e pianista in Corea, Hong Kong, Germania, Danimarca, Portogallo e Paesi Bassi (St. Bavo kerk ad Haarlem, Oude kerk di Amsterdam e altri), Ungheria, Svezia, Finlandia, Norvegia e altri paesi.

È stata direttrice artistica per il Nesodden Internationale Music Festival e per il Ringebu Internationale Summer Concerts. Nel periodo tra 2005 e 2008 è stata organista presso la famosa Stave Church a Ringebu (Norvegia).

Ha effettuato registrazioni discografiche tra cui quella dei Corali bachiani della collezione “Neumeister” nel 2014 e ha ricevuto il riconoscimento come artista di valore dalla municipalità Tromsø nel 2013 e dal Consiglio per la Cultura della Norvegia nel 2014.

È stata assistente organista presso la cattedrale di Stoccolma tra 2014 e 2015 e attualmente è organista e coordinatrice della musica presso la Artic Cathedral di Tromsø, la cattedrale più a nord al mondo.

She has lived in Norway since 1994. She studied church music, conducting, harpsichord, organ, piano and theology at the Seoul Theological University.

She then studied organ and organ improvisation with Prof. Zsigmond Szathmáry at the Staatliche Hochschule für Musik in Freiburg im Breisgau (Master diploma) and then at the Staatliche Hogeschool voor de Kunsten in Utrecht (soloist diploma).

She has also attended master classes and taken private lessons with Wolfgang Zerer (Hamburg), Piet Kee (Haarlem), Klaus-Martin Ziegler (Kassel) and Guy Bovet (Basel) among others.

She made her debut in 1995 at the Sesong Center for the Performing Arts in Seoul and has won many awards at international competitions such as the Internationale Johann-Sebastian-Bach Wettbewerb in Leipzig and the Calgary International Organ Festival & Competition (Canada).

She has given numerous concerts and many live recordings broadcast on TV and radio as an organist, harpsichordist and pianist in Korea, Hong Kong, Germany, Denmark, Portugal and the Netherlands (St. Bavo kerk in Haarlem, Oude kerk in Amsterdam and others), Hungary, Sweden, Finland, Norway and other countries.

She has been the artistic director for the Nesodden Internationale Music Festival and the Ringebu Internationale Summer Concerts. Between 2005 and 2008 she was the organist at the famous Stave Church in Ringebu (Norway).
She has made recordings including the Bach Chorales from the “Neumeister” collection in 2014 and received recognition as an artist of merit from the municipality of Tromsø in 2013 and from the Norwegian Council for Culture in 2014.
She was assistant organist at Stockholm Cathedral between 2014 and 2015 and is currently organist and music coordinator at the Arctic Cathedral in Tromsø, the northernmost cathedral in the world.

Programma del concerto - Concert program

Nicolaus Bruhns (1665-1697):

- Preludio in mi minore (grande)

 

Johann Pachelbel (1653-1706):

- Fuga in Do Maggiore

 

Jan Pieterszoon Sweelinck (1562-1621):

- Ballo del Granduca (SwWV 319)

 

Johann Sebastian Bach (1685-1750):

- Toccata, Adagio e Fuga in Do Maggiore BWV 564

 

Dietrich Buxtehude (1637-1707):

- Komm, heiliger Geist, Herre Gott BuxWV 199

 

Domenco Scarlatti (1685-1757):

- Sonata in Sol maggiore K349

 

Knut Nystedt (1915-2014):

- Partia sopra “Hos Gud er idel glede” OP. 44 (In Paradiso tutto è gioia)

 

Padre Antonio Soler (1729-1783):

- Fanfarria Imperial

Guida all'ascolto

La serata si apre con un brano molto espansivo e coinvolgente dal carattere libero ed improvvisativo: si tratta del bel Preludio in mi minore (Grande)  di Nicolaus (o Nikolaus) Bruhns (Schwabstedt, 1665 – Husum, 29 marzo 1697).

Bruhns, compositore ed organista tedesco, imparò a fondo l’arte organistica come allievo del grande Dietrich Buxtehude. Di lui parlano con enfasi le cronache dell’epoca. Pare infatti che fosse in grado di cantare accompagnandosi simultaneamente al violino e alla pedaliera dell’organo. Fatto sta che per la sua abilità al violino e grazie all’interessamento del suo autorevole Maestro, divenne presto violinista e compositore di corte a Copenaghen, prima di ottenere, nel 1689, il posto di organista ad Husum. Come autore ci ha lasciato dodici cantate; tre preludi e fughe per organo e una fantasia sul corale Nun komm der Heiden Heiland. Di lui abbiamo autorevoli citazioni in grado di farci comprendere appieno il valore della sua arte compositiva. La principale viene da Carl Philipp Emanuel Bach, il figlio del grande Johann Sebastian, il quale in una lettera indirizzata al biografo del padre, Johann Nikolaus Forkel, cita Bruhns tra i compositori in assoluto più studiati e più amati dal genitore, che ne aveva riconosciuto e stimato la statura di compositore. Quello che affascinava di Bruhns era soprattutto la capacità di trovare e proporre originalissime soluzioni timbriche e armoniche all’organo, senza per altro dimenticare il valore delle tecniche di scrittura, che il compositore conosceva a fondo. Con il ricorso puntuale alla disciplina del contrappunto era infatti in grado di far muovere le linee melodiche, facendole intrecciare vicendevolmente, così da dare splendido, diremmo, ‘barocco’ risalto all’eleganza delle arcate tematiche. 

Vediamolo ora, questo magnifico brano, il cui aggettivo “grande” lo definisce nella monumentalità e magnificenza. Una cascata di risonanze ce lo presenta subito dall’inizio, tutto fatto di riverberi, di giochi di luce come pure sorgenti sonore. Il Preludio ha un carattere libero ed estemporaneo, tipicamente fantasioso, in cui la flessibilità degli spunti tematici crea atmosfere sonore di puro, spirituale raccoglimento alternate a profluvi impetuosi di suoni. Elementi in severa imitazione di fuga scolpiscono letteralmente alcuni passaggi, mentre emergono in un percorso di pura fantasia sempre nuovi temi ed idee in un confronto continuo e ricco di originalità, compresi elementi di danza che sfociano nel grandioso finale. 

Johann Pachelbel (Norimberga, 1-9-1653, ivi, 9-3-1706), organista e compositore, conosciutissimo per il suo celebre “Canone”, ci ha lasciato un vasto corpus di oltre 250 brani musicali concepiti per cembalo e organo. Corali, Fughe e Ricercari, Partite su Corale, Preludi, Fantasie, Ciaccone, Toccate, Suites. Ma anche musica vocale come Cantate, Messe, Mottetti, Arie. Il suo stile è sintetico, meno espanso rispetto a quello molto inventivo di Buxtehude e fa riferimento non a temi, ma a brevi stringhe ritmico melodiche limitate ai manuali dell'organo, con il pedale che funziona da impalcatura di base dei moti melodici; ma il risultato è di notevole efficacia: applicando il principio della “protrazione” già nota ai maestri fiamminghi (uno stile di scrittura “economico”, applicato -ad esempio- nell'uso di artifizi come quello della dilatazione dei suoni base attraverso l'uso prolungato del pedale armonico di sostegno) non rinuncia alla ricerca di effetti di sorprendente maestosità e fortemente effettistici. La fuga in do maggiore è un brano a tre voci dotato di soave e spensierata scorrevolezza. Tutto si muove come tradotto e trasportato da un gentile soffio sonoro, in cui i riverberi tematici e contrappuntistici risaltano, più che per la loro tecnica, per il loro naturale sgorgare e la loro semplice e serena leggerezza. 

Scorrendo il programma troviamo ora il famoso Ballo del Granduca vergato da Jan Pieterszoon Sweelinck (Deventer, aprile o maggio 1562 – Amsterdam, 16 ottobre 1621). L’autore lo trasse, rielaborandolo, da un vero successo dell’epoca: un autentico must composto da un altro compositore famosissimo, membro della Camerata de’ Bardi fiorentina: Emilio De’ Cavalieri. Jan Sweelinck, compositore e musicista olandese, fu autore molto noto al tempo e conosciuto in particolare come notevole innovatore delle tecniche della musica per tastiera. Le sue produzioni comprendono sia musica sacra che profana, anche se oggi è ricordato soprattutto per i suoi meravigliosi pezzi cembalistici (fantasie, toccate, variazioni); egli è anche considerato uno dei primi creatori della toccata e fuga per organo, strumento del quale fu un vero maestro. Sweelinck fu anche l’inventore principale dell’elaborazione del corale popolare tedesco che, trasportato in nuova forma, diede origine a composizioni di grandioso impatto emotivo. Questo tipo di elaborazione sarà alla base anche della scrittura corale di Johann Sebastian Bach. Come docente formò grandissimi musicisti, dando vita alla così detta “Scuola del Nord”. Tra i suoi allievi figurano Cornelis Helmbreker, Michael Praetorius, Samuel Scheidt, Heinrich Scheidemann, musicisti che diffusero il suo insegnamento in tutta Europa. 

Ma torniamo ora al ‘nostro’ brano della serata. Il titolo di Ballo del Granduca viene direttamente da un ballo autentico scritto nel 1589 e intitolato “Oh che nuovo miracolo”. Era conosciuto anche come “Aria di Fiorenza” e nacque come intermedio della commedia “La pellegrina”, del sopra citato Emilio de' Cavalieri, scritto in occasione delle nozze di Ferdinando I de' Medici con Cristina di Lorena. Il balletto uscito dalla penna del compositore italiano divenne presto famoso in tutta Europa, finendo per diventare un vero e proprio modello di riferimento utilizzato da altri autori importanti come Adriano Banchieri, Giovanni Girolamo Kapsberger oltre che, appunto, Jan Pieterszoon Sweelinck. Nella scrittura del Ballo del Granduca di Sweelinck alcuni musicologi ipotizzano anche una seconda paternità: quella dell’allievo di Jan Pieterszoon, Scheidt, che potrebbe avere trascritto alcune delle variazioni. Sta di fatto che il pezzo mantiene anche nella versione organistica proposta stasera un fascino particolare. Consiste in un tema-variazioni presentati per ben cinque volte; la prima enunciazione, in realtà, è il tema vero e proprio, cui seguono quattro originalissime e fresche rielaborazioni; queste ultime, ogni volta che tornano, ci fanno intendere, dentro la tecnica di soave maestria esibita dal compositore, il plastico andamento di un motivo effettivamente adatto al giro armonico di una danza. Nella scrittura rinveniamo anche uno stile compositivo molto legato alla polifonia italiana e alla tecnica dei virginalisti inglesi. Dallo stile italiano Sweelinck ricava un ricco armamentario di esempi musicali legati alla bellezza del contrappunto, mentre dei virginalisti egli esibisce un ricco carnet di virtuosistici passaggi, arpeggi e fioriture. Il tema principale è una solenne enunciazione corale, mentre nella prima variazione scorrono mobili figurazioni alla mano destra; nella seconda i ruoli delle due parti si invertono. Nella terza variazione vi sono passaggi maggiormente virtuosistici e l’esecuzione risulta un travolgente quanto inebriante profluvio di note; infine l’ultima variazione presenta pienezza di suoni con movimenti per terze e per seste che danno profondità e risalto al timbro organistico. 

Proseguendo la lettura della scaletta in repertorio arriviamo ora al meraviglioso genio di Eisenach: Johann Sebastian Bach (Eisenach, 21-3-1685 Lipsia, 28-7-1750). Di lui ci viene proposta la Toccata, Adagio e Fuga in Do maggiore BWV 564. La composizione risale agli ultimi anni di Weimar, o al periodo di Köthen. Già di primo acchito, all’ascolto, non si può che rimaner colpiti dall’audacia della scrittura, che stupisce e coinvolge! La Toccata si apre con un passo di alto virtuosismo ai manuali, cui segue un assolo al pedale tra i più tecnici e soprattutto prolungati dell’intera produzione per organo di Johann Sebastian Bach. L’orecchio è davvero piacevolmente colpito dalla spettacolarità delle scelte e delle soluzioni interpretative! In conseguenza di questo assolo la Toccata si sviluppa poi elaborando tre figurazioni principali, che si intrecciano e si accavallano in un intarsio musicale di particolare efficacia: una prima è tipicamente accordale; la seconda è una figurazione ritmico melodica molto incisiva e rappresenta un’‘arrembante’ fotografia fonosimbolica tipica di Bach, usata anche in altri lavori per esprimere gioia dirompente; la terza è una progressione di terze discendenti, ‘a cascata’ ed è di carattere più impulsivo e drammatico rispetto alla solennità della prima e alla gioiosa liberazione della seconda. Il magico intreccio delle tre idee tiene l’ascoltatore in perenne sospensione sino alla grande, maestosa conclusione della Toccata. Segue l’Adagio. Il tema è tenue e malinconico alla mano destra, mentre la mano sinistra fa sentire gli accordi realizzati dal basso numerato ed il pedale dell’organo esegue una caratteristica linea di basso continuo di tipo cembalistico o violoncellistico. Il brano procede con composta dolcezza sino all’assunto finale. Una polifonia a sette voci lo conclude e prepara il sopraggiungere della Fuga conclusiva. La contraddistingue un tema molto vivace, che richiama una parte che pare rifarsi all’’assolo’ di un violino. Vi leggiamo una volontà esibita da parte di Bach di mettere in mostra uno stile tipicamente virtuosistico attraverso una scrittura nitida ed efficace, mentre, intanto montano le altre parti, cesellate nel più fine contrappunto. E’ un piacere che si rinnova ad ogni passo! Così tutto scorre veloce e festoso sino alla fine in un clima di gioiosa consapevolezza. 

A simbolico interfacciarsi con J. S. B. ecco ora comparire, nella sapiente strutturazione ed articolazione del programma, il suo “Maestro” in pectore: Buxtehude. Si sa, Bach giovane andò a piedi sino a Lubecca per ascoltare le sue straordinarie esibizioni all’organo nello “stile fantastico”: una versione libera ed improvvisativa che esaltava l’originalità e la libertà esecutiva attraverso la creazione di linee immaginifiche e sempre nuove sopra tematiche ogni volta rinnovate. Diremmo oggi “fantasia creativa” esibita e realizzata dal vivo! Proprio del ‘nostro’ grande Maestro Dietrich Buxtehude ( Oldesloe, Holstein, 1637; Lubecca, 9-5-1707), più nello specifico, uno degli aspetti che più si coglie nell’ascolto della sua musica è quello della sonorità, del “colore”. Nel complesso delle sue ottantanove opere organistiche pervenuteci è facile cogliere uno stile particolarissimo, diremmo inconfondibile, una sorta di “firma” categorica del compositore: colpisce, anzitutto, la tendenza ad un suono tenebroso, con la ricerca esibita del fascino di situazioni armonico-accordali di contrasto, il vivido dinamismo nel quale si alternano espressioni gioiose a palpiti drammatici, la nervatura ritmica che, sotterranea, conferisce alle ramificazioni melodiche fisionomie ed accenti talvolta scattanti, nervosi, talvolta più dolci ed addomesticati: un aspetto, questo, che ha fatto così bene commentare ad Hermann Kretzschmar che in queste opere si scorge, riflesso, il Nord reso turbolento dalla Guerra dei Trent’Anni

Andando alla forma trattata questa sera ci addentriamo ora in una delle strutture per organo scritte da Buxtehude tra le più complesse ed imponenti: si tratta dei 18 Präludium (BuxWV 136 - 153), che formano il centro nevralgico della sua opera e rappresentano un validissimo contributo alla letteratura musicale del XVII secolo. Ma come sono strutturati? La cosa che più colpisce l’ascoltatore è la loro continua trasmutazione, il loro continuo trapasso di scrittura tra sezioni a carattere improvvisativo e passi invece di impianto contrappuntistico, soprattutto fughe o comunque episodi in stile fugato; in tutti si fa uso massiccio della tecnica del pedale. E’ il così detto e succitato stylus phantasticus! Notevole fu l’influenza che questa modalità di scrittura ebbe per la musica organistica di Johann Sebastian Bach, anche se notiamo che mentre in Bach vi è una netta differenziazione tra preludio e fuga, qui in Buxtehude queste sezioni sono permeabili e trattate alla maniera della toccata e in modo molto libero, tanto che l’autore le indica, appunto, col più generico termine di Präludium. Lo stile e la struttura dei Präludium risultano molto vari. In genere si nota una sezione introduttiva quasi sempre di carattere improvvisativo alla quale segue una fuga ed un postludio, anche se questa griglia di base è frequentemente ampliata e dilatata: vi sono talvolta delle inserzioni di Ciaccone, passi fugati, elementi toccatistici; sono presenti anche vere e proprie fughe, parti di raccordo, sezioni più genericamente imitative. Ogni sezione confluisce nell’altra senza soluzione di continuità, con polifonia ed omofonia che si susseguono in una sorprendente mescolanza di generi in grado di restituire una plastica libertà nell’articolazione delle strutture. Nelle fughe il trattamento e lo sviluppo dei temi sono notevoli e questo si sposa perfettamente con la ricchezza delle dinamiche che l’autore chiede di rendere al suo esecutore: l’estrema libertà di espressione caratterizza anche la scrittura, che è pure ricca di indicazioni di velocità e continui cambi di tempo che rendono la composizione del tutto sorprendente ed imprevedibile. 

Nella pacata voce del Corale “Komm, heiliger Geist, Herre Gott” BuxWV 199 di Buxtehude, scorgiamo, in questo caso, il suo lato meno monumentale e appariscente, ma più interiore. Qui una delicatissima linea melodica scorre serena e tranquilla e comunica un sentimento generale di pace e di intima spiritualità. Sottostante a questo delicato sentimento di letizia possiamo comunque ammirare, nella semplicità, la sua capacità di svettare con libertà e naturalezza, giocando sopra un trasparente, ma tecnicamente virtuoso dialogo chiaroscurale tra le voci. 

Di Domenico Scarlatti (Giuseppe Domenico Scarlatti, Napoli, 26 ottobre 1685 – Madrid, 23 luglio 1757) viene ora qui proposta la Sonata in sol maggiore.  Figlio del grande Alessandro Scarlatti, contemporaneo di Johann Sebastian Bach e Georg Friedrich Händel, Domenico Scarlatti era compositore e abile clavicembalista, nonché autore di musica teatrale e di musica sacra. La sua cifra compositiva tuttavia si manifestò specificamente in una monumentale produzione di Sonate per cembalo, richiestissime già alla sua epoca, ma che sono divenute una delle manifestazioni più originali del sonatismo, tuttora molto praticate e uno dei vertici della produzione strumentale del Settecento. Domenico Scarlatti, nato a Napoli nel 1685, era il sesto figlio di Alessandro: tra i più affermati e noti operisti del tempo. Dopo aver iniziato, sotto le ali del padre, i primi studi musicali, dimostrò molto presto straordinarie qualità se è vero che fu nominato, già nel 1701, organista e compositore di musica della Real Cappella di Napoli. Nel 1702 seguì il padre Alessandro a Firenze e l’anno successivo esordì a Napoli nell’opera con l’“Ottavia restituita al trono”. Nel 1705 era a Venezia, al tempo vera e propria capitale dell’opera italiana; qui proseguì gli studi musicali con Francesco Gasperini e incontrò “il prete rosso”: Antonio Vivaldi. Al 1709, a Roma, risale probabilmente la famosa gara pubblica di bravura allo strumento: proprio tra Händel e Scarlatti; il verdetto fu noto: sull’abilità al cembalo il pubblico decretò la prevalenza di Scarlatti, che aveva uno stile “di una certa eleganza e delicatezza di espressione”, mentre Händel superò Scarlatti all’organo. La gara finì dunque “in pari” e lo stesso Domenico Scarlatti, anni dopo, ne raccontò, scrivendo: “A 24 anni entrai in gara con in giovane che si chiamava Handel e che era stimato un prodigio e lo vinsi al cembalo, come lui mi vinse all’organo”. Dopo essere andato a Roma, fino al 1714 fu al servizio dell’esiliata regina Maria Casimira di Polonia e fino al 1719 maestro della Cappella Giulia in Vaticano, componendo notevoli lavori operistici. Successivamente Scarlatti fu nominato maestro di cappella a Lisbona, alla corte di Giovanni V, divenendo peraltro insegnante di musica dell’infanta Maria Barbara, la futura regina di Spagna. 

Nel 1729 il compositore seguì Maria Barbara a Siviglia, e nel 1733 si trasferì a Madrid, dopo il matrimonio dell’infanta con il futuro Ferdinando VI. Rimase al servizio della corte spagnola fino alla morte. Proprio a Madrid, cessato l’obbligo di scrivere musica vocale sacra o di circostanza, Scarlatti potè dedicarsi quasi del tutto al suo amore principale, l’esecuzione e la scrittura per clavicembalo. 

Ed il centro di questa creatività al servizio di uno strumento sono proprio le Sonate.

Scarlatti ne scrisse oltre cinquecento, trenta delle quali erano già state pubblicate a Londra nel 1738 con il titolo Essercizi per gravicembalo; nella loro totalità ci sono pervenute in una stupenda raccolta manoscritta, la cui stesura fu richiesta da Maria Barbara e dal famoso cantante Carlo Broschi, detto Farinelli, che rivestiva un ruolo di primo piano alla corte di Filippo II. Fu un lavoro di straordinario impegno e levatura, se è vero che comprende ben 857 brani -ne fanno parte anche delle duplicazioni –, lavoro cui Domenico Scarlatti si dedicò tra il 1752 il 1757, coadiuvato anche da un allievo che presto diventerà a sua volta celebre: Antonio Soler, il vero, probabile redattore materiale della raccolta. 

Data la rilevanza e, aggiungeremmo, la “bellezza” intrinseca, oltre che il valore “tecnico” strumentale di queste Sonate, ci piace spendere qualche riga sulle loro caratteristiche musicali. La loro forma è organizzata in due parti (struttura bipartita) ed in genere sopra un unico tema, anche se talvolta si possono presentare due o più stringhe tematiche. 

Un altro aspetto sicuramente “scarlattiano” è la ricchezza ispirativa. Sono frequenti gli inserimenti di elementi, movenze di danza o atmosfere tratte dalla tradizione popolare spagnola e non solo, un aspetto che determina nella scrittura un colore locale arditissimo, originale, ricco di suoni caratteristici e folclorici. Inoltre alcune Sonate sono di netta ascendenza operistica, con temi che alludono ad arie vocali, rotondi e melodici, dalla linea tornita e dotata di personalità. Anche l’uso della tecnica rigorosa del contrappunto in alcune Sonate, con fughe potenti come nella K. 58 e nella famosissima K30 in Sol minore, meglio conosciuta come “Fuga del gatto”, sono un esempio di ricchezza di diversi e variegati elementi di riferimento nella composizione di questa forma. Un altro, altrettanto efficace elemento ispirativo è il riferimento all’architettura del Concerto “all’italiana”: ad esempio nella Sonata K31 in Sol minore, l’incipit richiama molto le prime battute del Concerto in La minore RV522 (Op. 3, N.8) di Antonio Vivaldi. Inoltre la ricchezza ritmica e la tecnica efficace di un virtuosismo brillante – frutto di peculiare fantasia e sensibilità nella ricerca delle timbriche–, insieme ad una duttilità melodica cantabile ed espressiva, sono tutti elementi che hanno letteralmente aperto la strada alle più moderne ed avanzate tecniche per strumento a tastiera. Basterebbero già questi elementi per incuriosire ed interessare il lettore, ma è bello richiamare, ancora, nelle Sonate di Domenico Scarlatti, anche la netta e meravigliosa sonorità “napoletana”, nelle sfumature e nei colori sonori, oltre che per il riferimento alla scintillante tecnica cembalistica proveniente dalla celebre omonima “scuola”. Infine, come non ricordare le armonie gustose di Scarlatti, frutto di curiosità per la sperimentazione e, per arricchimento generativo, l’uso e l’inserimento in partitura di forme di danza tipiche come Minuetto, Giga, Gavotta: tutti elementi, questi, in  grado di evidenziare la capacità tipica di Scarlatti, di lasciarsi ispirare liberamente da un coacervo di sollecitazioni e di generi: in grado di arricchire in modo innovativo e significativo la scrittura, accrescendo “la potenza espressiva del brano, rendendolo più drammatico”

Knut Nystedt (Oslo, 3 settembre 1915 – 8 dicembre 2014) è stato un compositore di musica corale e orchestrale norvegese, direttore d’orchestra, organista ed insegnante. Nato a Kristiania (ora Oslo), crebbe in una famiglia in cui i canti e la musica classica erano ogni giorno parte integrante della vita quotidiana. Molte delle sue principali composizioni sono legate a brani tratti dalla bibbia o da testi sacri. Notevole, nel suo stile, l’influenza del canto gregoriano, come quello di autori rinascimentali, tra cui importante l’ascendenza a Giovanni Pierluigi da Palestrina. Nysted studiò con vari compositori illustri, fra i quali Aaron Copland. Nystedt è stato organista alla Torshov kirke (Chiesa Torshov) ad Oslo dal 1946 al 1982 e per lunghi tenne come direttore il coro della Università di Oslo dal 1964 al 1985. Nystedt è stato anche fondatore e direttore del Det Norske Solistkor dal 1950 al 1990 e della Schola Cantorum (coro norvegese) dal 1964 al 1985.

Dal punto di vista stilistico Nystedt ha dimostrato una particolare duttilità nel sapersi adattare ai cambiamenti e alle correnti di pensiero compositive. Talentuoso nella ricerca e nel gusto per il colore, dalla notevole capacità di strumentazione ed orchestrazione della partitura, si è ritagliato un ruolo centrale in particolare come autore di musica corale e sacra. In particolare negli Stati Uniti, l’Augsburg College di Minneapolis gli ha conferito la Distinguished Service Citation nel 1975 e la sua opera corale De Profundis è stata eletta "Miglior opera dell'anno 1984" dalla US Choral Association.

Se la sua impronta di scrittura è eclettica e pluristilistica, netto emerge ancora il sottofondo romantico e l’impronta nazionalistica, soprattutto per l’abile uso di chanson e di melodie popolari norvegesi che usano precipuo materiale armonico e melodico modale. Nella Partia sopra “Hos Gud er idel glede” OP. 44 (In Paradiso tutto è gioia), dopo un avvio sottovoce, quasi claustrale, iniziano a dipanarsi le voci in un fugato di particolare serenità e bellezza. I giochi contrappuntistici man mano si fanno avanti, incrociando un dialogo poco per volta rilevante. Tutto scorre in un clima sereno, man mano la linea viene in rilievo, come se si aggiungessero nuove sorgenti musicali. Un momento di estatica pausa prepara il ritorno del tema, che ora, man mano, torna in auge nei riflessi imitativi. Alla fine sono le luci e la potenza chiara di sonorità paradisiache a prevalere e siamo come piacevolmente travolti da questo fascio di luce così carico di speranzosa aspettativa, frutto di Fede e fiducia nella benevolenza Divina.  

Antoni Francesc Xavier Josep Soler Ramos, conosciuto anche solo come Padre Soler (Olot, 1729 – San Lorenzo de El Escorial, 20 dicembre 1783), compositore e organista spagnolo fu anche uno straordinario e riconosciuto interprete e si cimentò nella maggior parte dei generi musicali del suo tempo, spiccando anche per il suo prezioso contributo alla teoria musicale. Formatosi nel monastero di Montserrat, nel 1752 si trasferì a El Escorial, dove potè iniziare la carriera musicale come organista e maestro di cappella. Proprio al monastero reale di El Escorial, Soler entrò presto in contatto con la vita musicale della corte e incontrò il celebre Domenico Scarlatti, che divenne il suo maestro e lo guidò lungo il percorso verso la sua specializzazione preferita ed ambita: la musica per tastiera. Nel 1757, nello stesso monastero, ottenne la carica di direttore della cappella, succedendo a Padre Gabriel de Moratilla. Sotto il profila della ricerca come teorico nel 1762 pubblicò a Madrid il suo primo trattato (in due libri) dedicato alla modulazione e alla risoluzione dei canoni. Tra il 1761 e il 1771 intrattenne una corrispondenza con il Duca di Medina e nel 1765 con un altro illustre personaggio musicale dell’epoca: il celeberrimo Padre Martini.

Gli stretti legami con la corte permisero un costruttivo contatto con l’Infante Don Gabriel, figlio del re Carlo III di Spagna; fu lui che incoraggiò Soler a comporre un gran numero di opere: così riuscì nell’intento di produrre un corpus molto vasto (oltre 400 pezzi), tra cui 140 sonate per tastiera, concerti per due organi, musica di scena per il teatro e musica sacra (messe, mottetti, villancicos , ecc.). Dal punto di vista storico Padre Soler si colloca come momento di transizione dal tardo barocco allo stile classico galante, già evidente nelle ultime sonate per tastiera. Molto importanti furono anche i contatti di Soler con Giovanni Battista Martini. Tra i lavori legati alla teoria musicale notevole il suo trattato titolato Llave de la modulación y otras antiguas de la música (Chiave della modulazione e altre antichità musicali), pubblicato nel 1762. 

Sul piano della produzione strumentale proprio le sue Sonate per tastiera sono solitamente messe in parallelo con i capolavori di Domenico Scarlatti, il quale, essendo stato suo maestro, sicuramente esercitò una notevole influenza sulle suo stile compositivo. Proprio queste sonate soleriane, alla sua epoca gli valsero l’iconico soprannome di “El diablo vestido de frail” (il diavolo vestito da monaco). 

La sua Fanfarria Imperial (Fanfara Imperiale) risalta con toni solenni ed altisonanti. Nei giochi di risonanze, nei contraltari tematici, il brano è un esempio parlante della sua scrittura nitida ed efficace e descrive con significativa efficacia le sue capacità di magnificente capacità contrastiva tra giochi di luce timbrica, chiaroscuri e masse sonore e di rutilante opulenza. 

Curriculum Marino Mora

Marino Mora

Musicologo - Musicologist

Marino Mora si è diplomato in Pianoforte presso il Conservatorio “A. Vivaldi” di Alessandria e in Composizione e Musicologia presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.

È laureato anche in DAMS Musica alla facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna.

Come esecutore conduce attività di musica da camera in varie formazioni, tra cui duo, trio, quartetto e quintetto.

Nel campo della composizione ha scritto fiabe musicali per ragazzi, brani per vari strumenti ed ensemble, lavori per coro e orchestra, operine.

Collabora con gruppi di teatro e di sperimentazione e ricerca per i quali è comparso sia come autore che come esecutore per alcuni titoli quali Suite Novecento (su testo di Baricco) e Odisseide.

Nel campo musicologico conduce un’intensa attività di studio ed ha scritto articoli per varie testate quali Panorama, Amadeus, Analisi, Spectrum, oltre che contributi per il Corriere della Sera. Ha partecipato alla stesura di collane di storia della musica per De Agostini, Fabbri, Rizzoli e per il Teatro alla Scala.

Scrive guide all’ascolto per vari enti e società concertistiche come il Festival Internazionale delle Settimane Musicali di Stresa.

Impegnato nel campo dell’Analisi Musicale, è curatore di un libro collettivo sull’argomento (Una Tebe dalle molte porte) editato da Curci, del quale risulta anche autore di un saggio sul Don Giovanni di Mozart.

Ha collaborato con Aslico (Associazione Lirico Concertistica Italiana) come musicologo e tiene conferenze e lezioni didattiche per docenti in vari teatri italiani.

Collabora con il Teatro alla Scala di Milano e con l’Accademia della Scala come studioso, nel campo della ricerca e come docente, partecipando a numerose iniziative nel campo della pedagogia e della didattica. Ha pubblicato per Scala due libri per bambini sulla storia del teatro scaligero e su Giuseppe Verdi (ed. Tita).

Già direttore artistico dell’Orchestra Giovanile del Teatro Civico di Vercelli, è fondatore e Direttore Artistico dell’Associazione “Accademia dei Laghi”. Come docente, vincitore di Concorso per Educazione Musicale e per Pianoforte nella Scuola Media Musicale, ha conseguito anche il primo posto assoluto / Regione Lombardia per la Cattedra di Pianoforte nei Licei Musicali italiani, ed è attualmente docente di Pianoforte presso il Corso ad Indirizzo Musicale dell’IC Giovanni XXIII di Arona.

Ha insegnato presso il Liceo Musicale Casorati di Novara Teoria, Analisi e Composizione, Pianoforte e Storia della Musica.

Tiene corsi di didattica per le scuole materne, primarie, secondarie di primo e secondo grado su progetti coerenti con il percorso formativo dei ragazzi per il Miur e l’Ufficio Scolastico Reginale del Piemonte. I progetti sono incentrati sull’ascolto, sull’esecuzione e sulla scrittura creativa del testo e delle musiche per spettacoli di drammatizzazione musicale e teatrale.

Testo Divina Commedia - Divina Commedia chaint text

CANTO I° : La selva oscura

Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de’ vizi e de’ meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte nel qual l’auttore fa proemio a tutta l’opera.

 

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!".

Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?".

"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte.

"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi".

"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!".

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti".

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Curriculum Maria Teresa Meardi

Maria Teresa Meardi

Lettrice - Reader

Nel 1985 fonda e coordina insieme a Maura Paracchini l’Associazione culturale “La Corte dei Miracoli” a Varallo Pombia (Novara) occupandosi da allora dell’allestimento e della regia di oltre novanta spettacoli teatrali di autori quali Moliere, Brecht, De Filippo, Campanile, Schnitzler, ecc. accanto ad altri scritti su temi di attualità.

Drammaturga soprattutto nel campo di teatro di prosa anche se scrive e coordina la messa in scena di varie “Operette” per il Coro di Voci Bianche di Arnate, ha lavorato come attrice e regista presso la Compagnia “L’Arcano” di Momo.

Coordina e tiene corsi di formazione attorale per minori, ragazzi, adulti.

Psicoterapeuta professionale, inserisce nel suo lavoro formativo uno sguardo improntato all’attore.

Negli anni è stata in palcoscenico con diversi lavori tra cui “Anna Cappelli” e alcuni monologhi tra cui: “Novecento” “La voce rossa” “Ma la fortuna dei poveri dura poco”.

Negli anni si sperimenta anche come attrice di strada nel Gruppo “I Fuoricorte”, proponendo diversi spettacoli in cui mette in risalto la formazione continua in danza e mimo.

Continua la ricerca teatrale e di ricerca sul personaggio formandosi personalmente come attrice presso il Comteatro di Milano Corsico. Frequenta numerosi seminari e stage di approfondimento con Marco Baliani, Antonio Brugnano, Marzio Paioni, Susanna Baccari, Carlos Maria Alsina.

Partecipa a film e cortometraggi e ha occasione di dare voce ad un programma radiofonico e agli incontri di “Parole & Mote” promossi da Sonata Organi.