Curriculum - Artist biography

Duo Kortmann

Germania

Barbara Kortmann (flauto)

 

Ha studiato con Yo Washio presso la Scuola di Musica Folkwang di Duisburg. Dopo aver ottenuto nel 1998 il diploma come solista si è specializzata ad Amsterdam con Thies Roorda e Rijn de Reede, partecipando anche a master class tenuti da Paul Meisen, Eckhard Haupt e Peter-Lukas Graf.

Dopo aver insegnato flauto presso la Scuola di Musica di Neuenkirchen-Vörden (2001-2002) e presso il Collegium Augustinianum Gaesdonck a Goch (2002-2006), attualmente lavora come musicista da camera freelance e come insegnante a Krefeld.

Sin dal 1993 ha tenuto concerti insieme al marito Heinz-Peter, che li hanno visti esibirsi in Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito. La loro ricerca di repertorio scritto specificamente per flauto e organo, oltre che la trascrizione di brani originariamente scritti per altri strumenti o ensemble ha dato al duo una grande risonanza a livello internazionale: nel 2004 si sono aggiudicati il premio per la migliore esibizione presso la rassegna concertistica “Hermann Schroeder” a Kortrijk, in Belgio.

Barbara Kortmann si esibisce regolarmente in complessi cameristici e vocali; il suo repertorio include un gran numero di concerti per flauto di tutte le epoche che ha eseguito in qualità di solista.

 

 

Heinz-Peter Kortmann (organo)

 

Ha studiato musica da chiesa con Norbert Richtsteig presso la Scuola cattolica di musica di Aquisgrana, dove ha ottenuto il diploma di organo nel 1993. Successivamente ha proseguito gli studi di organo con il prof. Christoph Schoener presso il Conservatorio “Robert Schumann” di Düsseldorf, ottenendo il diploma da concertista nel 1997, perfezionandosi poi nel repertorio sinfonico francese con Jean-Paul Imbert a Parigi e in musica antica con Peter van Dijk a Utrecht, frequentando master class con Helga Schauerte, Harald Vogel, Daniel Roth, Lorenzo Ghielmi e altri.

Dal 1994 al 2011 ha lavorato come Direttore Musicale presso la parrocchia di St. Josef und Maria-Waldrast a Krefeld, curando l’organizzazione di un gran numero di concerti e eseguendo in qualità di direttore d’orchestra e di coro le maggiori composizioni sacre di autori quali Beethoven, Bach, Haydn, Brahms, Mendelssohn e molti altri.

Dal 2011 al 2016 è stato Direttore Musicale presso St. Christophorus a Krefeld, dove ha dovuto organizzare e coordinare l’attività musicale di ben cinque parrocchie. Dal 2026 lavora in una delle più grandi parrocchie della diocesi di Aquisgrana.

Nel 1998 si è aggiudicato il premio del pubblico al Concorso organistico internazionale di Nijmegen (Olanda) e insegna musica da chiesa presso il vescovado di Essen.

Suonando in duo con la moglie flautista Barbara ha ricevuto molti riconoscimenti a livello internazionale, così come per le sue trascrizioni organistiche del Carnevale degli animali di Saint-Saëns pubblicate da Butz Verlag. Nel 2006 l’editore Straube ha pubblicato il suo arrangiamento per flauto e organo delle tre sonate da Chiesa di Mozart e lo stesso anno Butz ha pubblicato un album con brani trascritti di Fauré e la Suite di Widor.

Esibendosi sia in qualità di solista che di musicista da camera (anche al clavicembalo e al pianoforte), ha tenuto concerti in molti paesi europei (Francia, Regno Unito, Polonia, Norvegia, Italia, Benelux) e in sedi prestigiose in Germania quali la cattedrale di Aquisgrana, la Michaeliskirche di Amburgo, la basilica di Ottobeuren e la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche a Berlino.

 

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Barbara Kortmann (Flute)

 

She studied with Yo Washio at the Folkwang School of Music in Duisburg. After obtaining her diploma as a soloist in 1998, she specialized in Amsterdam with Thies Roorda and Rijn de Reede, also participating in master classes held by Paul Meisen, Eckhard Haupt and Peter-Lukas Graf.
After having taught flute at the School of Music in Neuenkirchen-Vörden (2001-2002) and at the Collegium Augustinianum Gaesdonck in Goch (2002-2006), she currently works as a freelance chamber musician and teacher in Krefeld.

Since 1993 she has given concerts together with her husband Heinz-Peter, which have seen them perform in Germany, France, Italy, the Netherlands and the United Kingdom. Their search for repertoire written specifically for flute and organ, as well as the transcription of pieces originally written for other instruments or ensembles has brought the duo great international resonance: in 2004 they won the prize for best performance at the “Hermann Schroeder” concert series in Kortrijk, Belgium.
Barbara Kortmann regularly performs in chamber and vocal ensembles; her repertoire includes a large number of flute concertos from all periods which she has performed as a soloist.

 

 

Heinz-Peter Kortmann (Organ)

 

He studied church music with Norbert Richtsteig at the Catholic School of Music in Aachen, where he obtained the organ diploma in 1993. He then continued his organ studies with Prof. Christoph Schoener at the Robert Schumann Conservatory in Düsseldorf, obtaining the concert diploma in 1997, then perfecting himself in the French symphonic repertoire with Jean-Paul Imbert in Paris and in early music with Peter van Dijk in Utrecht, attending master classes with Helga Schauerte, Harald Vogel, Daniel Roth, Lorenzo Ghielmi and others. From 1994 to 2011 he worked as Music Director at the parish of St. Josef und Maria-Waldrast in Krefeld, organizing a large number of concerts and performing as conductor and choir major sacred compositions by composers such as Beethoven, Bach, Haydn, Brahms, Mendelssohn and many others.

From 2011 to 2016 he was Music Director at St. Christophorus in Krefeld, where he had to organize and coordinate the musical activities of five parishes. Since 2026 he has worked in one of the largest parishes in the Diocese of Aachen.
In 1998 he won the audience prize at the International Organ Competition in Nijmegen (Netherlands) and teaches church music at the Bishopric of Essen.
Playing in a duo with his wife Barbara, a flautist, he has received many international awards, as well as for his organ transcriptions of Saint-Saëns' Carnival of the Animals published by Butz Verlag. In 2006, Straube published his arrangement for flute and organ of Mozart's three church sonatas, and in the same year Butz published an album with transcribed pieces by Fauré and the Widor Suite.

Performing both as a soloist and as a chamber musician (also on harpsichord and piano), he has given concerts in many European countries (France, United Kingdom, Poland, Norway, Italy, Benelux) and in prestigious venues in Germany such as the Aachen Cathedral, the Michaeliskirche in Hamburg, the Ottobeuren Basilica and the Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche in Berlin.

 

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Programma del concerto - Concert program

Georg Philipp Telemann (1681-1757) :

- Ouverture dalla Suite in la minore TWV 55:a2

Trascrizione per flauto traverso e organo di Heinz-Peter Kortmann

 

Johann Sebastian Bach (1685-1750) :

- Passacaglia et Thema fugatum in do minore, BWV 582

- Sonata per flauto traverso e organo in mi minore, BWV 1034

Adagio ma non tanto – Allegro – Andante – Allegro

- Concerto italiano, BWV 971, trascrizione per organo di Heinz-Peter Kortmann

[senza indicazione] – Adagio – Presto

 

Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788):

- Hamburger Sonate in Sol maggiore Wq. 133/H. 564

Allegretto – Rondo (Presto)

Guida all'ascolto

Georg Philipp Telemann (Magdeburgo, 14 marzo 1681 – Amburgo, 25 giugno 1767), l’autore che apre la serata, fu un grande compositore e organista tedesco. Sin dalla più tenera età aveva rivelato considerevoli doti musicali e passione per la materia, se è vero che a soli dodici anni si era cimentato nella scrittura di una partitura sul modello che andava in voga al tempo, quello di Lully. Tuttavia la famiglia non incoraggiò questa inclinazione e lo spinse alla carriera forense, che d’altronde il giovane, essendo di innato talento per ogni cosa, seguì con significativi risultati. Concluse velocemente gli studi e già nel 1701 era laureato in Giurisprudenza. A quel punto Telemann, libero di agire, intraprese una carriera musicale che non lasciò più. A Lipsia già durante gli studi universitari aveva fondato il Collegium Musicum ed entrò alle dipendenze dell'Opera di Lipsia dapprima come compositore operistico e subito dopo come direttore musicale. Maestro di cappella nel 1705 presso il conte di Promnitz a Sorau, studiò e approfondì lo stile musicale di Lully e della rinomata scuola francese: basi artistiche che consolidò ulteriormente quando nel 1707, ebbe modo di soggiornare a Parigi. Chiamato ad Eisenach, nel 1708, come direttore dei concerti, divenne poco dopo maestro di cappella ad Ebenstreit. Data la sua straordinaria vitalità gli incarichi e le commissioni si incrementavano continuamente: Pochi anni dopo divenne maestro di cappella della chiesa di Santa Caterina di Francoforte. Dopo quattro anni passati a Francoforte, su richiesta del margravio di Bayreuth ricevette la nomina di Kapellmeister e nel 1721 fu nominato direttore di musica ad Amburgo. Questo incarico lo mantenne saldo per ben quarantasei anni, conservando sempre quelli di maestro di cappella di Eisenach e Bayreuth. Come si vede, questa scintillante attività professionale non solo non lo ostacolò nella produzione intellettuale e nella capacità organizzativa, ma si compendiò tutta insieme. Telemann scrisse in questi anni la celebre Tafelmusik, sempre ad Amburgo fondò nel 1728 il Getreuer Musik-Meister: il primo giornale di musica tedesco. Assolutamente inusuale anche la produzione di musica. Nella sua lunga carriera, che durò sino all’ultimo all’età di 86 anni, Telemann scrisse un numero assolutamente incredibile di opere. Si contano nel suo catalogo più di 5000 lavori, 6000 secondo altri studiosi. Un altro aspetto che evidenzia l’eccezionale duttilità di Telemann nel comporre è che sostanzialmente fu un autodidatta. Contemporaneo di Bach e Händel, era legato a entrambi da profonda amicizia e al tempo era considerato uno dei massimi compositori viventi. Inoltre la sua estesissima esperienza compositiva, lunga circa settant’anni di attività, gli permise di attraversare e gestire perfettamente molte fasi storiche degli stili musicali, avendo vissuto, attraversato e pienamente assimilato lo stile Barocco maturo, lo Stile Galante e lo Stile Empfindsamer, su su sino quasi all’inizio del Classicismo. All’interno della sua produzione in particolare risultano eleganti e raffinati i brani orchestrali e da camera: le eleganti Kammermusiken, molte delle quali contemplano proprio il flauto, e le Suites per orchestra sono brani attualissimi e di grande fascino. Tra questi senz’altro troviamo il brano in programma (qui, come alcuni degli altri originali dei vari autori, trascritta appositamente per il duo che esegue): l’Ouverture dalla Suite in la minore TWV 55: a 2. In particolare in queste Suite e Ouvertures (Telemann ne produsse oltre seicento!) è il prediletto stile francese a prevalere, con la consueta eleganza e ridondanza. Di questa ricchissima Suite TWV 55 (strutturata in Ouverture; Les Plaisirs I et II; 3.Air à l'Italien – Largo;  Menuet I. Menuet II; Réjouissance – Vite; Passepied  i e Passepied II (la maggiore); Polonoise) gli esecutori propongono qui l’elegante pezzo introduttivo: l’Ouverture. Essa si muove nel tipico ritmo puntato, sopra un scintillante tessuto tipicamente basato su progressioni, cadenze, abbellimenti. La struttura è in tre parti e dopo questa sezione ne succede un’altra con un tema fugato dove il flauto diviene protagonista, prima che ritorni il tema principale dell’Ouverture.

 

La Passacaglia et thema fugatum in do minore BWV 582 di Johann Sebastian Bach (Eisenach, 21 marzo 1685 – Lipsia, 28 luglio 1750) rappresenta senza dubbio uno dei capolavori compositivi bachiani del periodo di Weimar (1708-1717) ed è spesso accostata alla Ciaccona che chiude la Partita II per violino solo BWV 1004. Come la Ciaccona, anche la Passacaglia è una forma basata sul principio della variazione sopra un “tema ostinato”. Sopra il soggetto enunciato al basso ed articolato nell’arco di otto battute, si sviluppa così, poco per volta, la traccia motivica dell’opera, in un processo continuo ed omogeneo regolato di volta in volta dalla germinazione continua delle idee.

Il legame stilistico tra Bach e Buxtehude si rinnova e si vivifica, tra i vari brani bachiani, in particolare proprio nel “nostro” BWV 582; la sua ispirazione, diremmo, “ideale” è infatti legata all’episodio, poi divenuto meraviglioso e incredibile (ai nostri occhi), del viaggio a piedi, per più di 300 Km., di un giovanissimo Johann Sebastian Bach da Arnstadt a Lubecca per ascoltare le improvvisazioni del grande Dietrich, di lui più vecchio di una cinquantina di anni. Rinnoviamone il ricordo, sospeso tra storia e leggenda! All’epoca Bach era organista titolare presso la Chiesa Nuova di Arnstadt, dove aveva a disposizione un organo nuovo di notevoli possibilità tecniche. E’ probabile che proprio le 2 ciaccone e la passacaglia BuxWV 161 di Buxtehude -facenti parte del manoscritto a noi giunto come “Andreas Bach Buch”- siano sono state copiate di proprio pugno dallo stesso Johann Sebastian in quella famosa occasione datata 1705 ed abbiano poi molto influenzato la scrittura della grande passacaglia in do minore BWV 582 per organo del maestro di Eisenach.

Lo stile fantastico di Buxtehude, la sua capacità così ammirata dal giovane Bach di scrivere, variare, improvvisare, far andare la musica liberamente sulle proprie ali, veniva di nuovo realizzata! Ma vediamo, più nel dettaglio, la struttura del brano.

La Passacaglia comprende venti variazioni collegate ed è seguita da un thema fugatum (secondo l’indicazione di Bach). Qui, appunto nel segno di Buxtehude e anche di Pachelbel, Bach mette su foglio una serie ininterrotta di Verändungen, ovvero di alterazioni e varianti di tipo melodico ritmico sopra basso ostinato.

Nelle prime dieci variazioni il soggetto principale di passacaglia è al pedale, mentre nella numero 11 e 12 il tema passa al superjus e nella tredicesima all’altus (al primo manuale); le successive variazioni 15 e 16 rappresentano vere e proprie trasformazioni in arpeggio dello scheletro armonico di base; infine, nelle ultime della serie il tema ritorna al pedale, solo con qualche lieve alterazione ritmica nella numero 18.

La tecnica usata da Bach per dipanare il materiale tematico si basa su una multiforme strategia di modi, tipologie e modalità di permutazione, attivate attraverso una raffinatissima tecnica contrappuntistica, in grado di rendere omogenea ed argomentata la materia sonora. Vari piedi ritmici sono dunque inseriti di volta in volta, con il risultato di ottenere una sequenza di figure e figurazioni intrecciate fortemente significanti e rappresentative in grado di rendere ogni volta interessante il discorso musicale.

Nella seconda parte del nostro BWV 582 si apre il tema fugato o fuga subjectis, dove si utilizza solo la prima parte del tema di passacaglia, ovvero le quattro prime battute; qui il soggetto, sin dall’inizio è subito sostenuto da uno spiraleggiante contrappunto su due linee motiviche di diverso carattere ritmico e melodico, con il risultato di ottenere un impasto di voci particolarmente denso e vivace. Questi controsoggetti si muovono dunque sostanzialmente su una sorta di cantus firmus, appunto il profilo tematico ridotto di passacaglia, che ha la particolarità di vagare -identico o alterato- da una voce all’altra, inserendosi di volta in volta al canto o nella parte mediana o al basso. Più dunque che di fronte ad uno schema tipo di fuga, corredato da tutte le parti classiche caratteristiche e fisse, compresa la fase elaborativa e perorativa, siamo in presenza di un gioco combinatorio di un tema principale perfettamente contrappuntato in cui sono posti in evidenza più i valori della polifonia e dell’intreccio delle voci con la coabitazione di parti “discordanti” e differenti, eppure straordinariamente armonizzate per la gioia dell’apprezzamento sonoro e della godibilità dell’ascolto.

Il brano, che aveva tanto incantato ed affascinato i compositori-organisti romantici, è ancora oggi tra i preferiti dal pubblico e rappresenta, sia tecnicamente che a livello di interpretazione, un arduo banco di prova esecutiva. Oltre però alla indubbia dimostrazione di abilità e capacità interpretativa che richiede, (la variazione è, insieme alla toccata, la forma improvvisativa più spettacolare e dalle maggiori potenzialità, in grado di mettere in evidenza sia le capacità prestidigitatorie dell’organista, sia la qualità dello strumento a disposizione) la fortuna della Passacaglia è dovuta probabilmente alla sua bellezza intrinseca. In particolare in questo brano magistrale la Passacaglia e poi il suo fugato richiedono un uso vario e fantasioso dei registri dell’organo, un notevole cambio di colori; possiede evidenti momenti di varietà e di contrasto di scrittura, di volta in volta più o meno densa in base alle polifonie, di volta in volta creativa ed ingegnosa nella scelta della forma delle variazioni, dell’uso del contrappunto e delle imitazioni; e la struttura e la costruzione sono ad un tempo corpose e flessibili, rivelandosi di grande fascino.

Ancora di J. S. B., la Sonata in mi minore per flauto traverso e continuo, BWV 1034 rappresenta un lavoro vicino allo stile italiano. L’attribuzione classica la colloca nel periodo di Köthen, anche se alcuni studiosi avanzano alcuni dubbi proprio per le spiccate caratteristiche di stile in monodia (flauto solista) accompagnata, collocandola come opera giovanile di Bach o arrivando ad attribuirla al figlio Wilhelm Friedmann. Articolata in Adagio ma non tanto; Allegro; Andante; Allegro, presenta una vivacità tematica notevole. Ad iniziare dal primo movimento, dall’eloquio fluido, continuo e trasparente del flauto; l’Allegro è spigliato, ricco di corse a perdifiato su progressioni ariose e leggiadre; dopo l’Andante, da un basso reiterato sopra cui scorrono infinite serie di melodiche variazioni, interviene l’Allegro di chiusura, ricco di verve e freschezza, dove il flauto può muoversi esaltando le sue doti di precipua agilità e leggerezza.

Il terzo brano bachiano in programma -qui presentato in una trascrizione per organo dell’esecutore- è un vero e proprio capolavoro della letteratura musicale. Si tratta del celeberrimo Concerto italiano in fa maggiore (Concerto nach Italienischen Gusto, Concerto secondo il gusto italiano) BWV 971 per clavicembalo. Il brano è compreso nella seconda parte della Clavier-Übung, insieme con l’Ouverture francese. Se per definizione un “concerto” si basa sull’alternanza e sul contrasto delle idee e dei ruoli tra solista e orchestra (concerto solistico) o tra gruppo di solisti e orchestra (concerto grosso), qui Bach ottiene il medesimo effetto e risultato facendo alternare le idee musicali attraverso il dialogo a due livelli permesso dal “clavicembalo a due manuali”: questa modalità permette lo svolgersi efficace di un’alternanza non solo dinamica, ma anche di idee contrapposte di temi musicali.

Il nostro brano si colloca nel periodo in cui Bach era a Köthen ed il suo interesse per la musica strumentale era pregnante. Come per l’Ouverture francese, uscita unitariamente insieme al Concerto, l’indicazione specifica dell’autore per una esecuzione su cembalo a due manuali indica chiaramente che gli effetti di piano e forte realizzati con questa modalità fossero l’interfaccia perfetta, la traduzione corrispondente ed efficace delle contrapposizioni tutti-solo tipiche del concerto grosso italiano. L’effetto ottenuto è notevolissimo: vi troviamo duttilità, agilità, libertà degli “episodi solistici” nel “piano” (secondo manuale) e intensità, forza, potenza del tutti nel “forte” (primo manuale).

Vediamone ora la struttura: la forma è quella che si interfaccia al prototipo del concerto di Antonio Vivaldi che, si sa, per Bach era il riferimento ideale -Bach ne aveva studiato e trascritto un gran numero, insieme ad altri lavori di Alessandro e Benedetto Marcello e ne ammirava la bellezza! Nello schema di Vivaldi era preminente la forma ritornello, con un motivo principale esposto dal “tutti”, appunto il “ritornello”, alternato e inframmezzato ad episodi diversi e contrastanti, ove era impegnato il solista. Questa “impronta” la ritroviamo proprio nel Concerto Italiano, il cui titolo è più che una rivelazione, ma una conferma dell’amore di Bach per lo stile dei Bel Paese. Così, già al primo ascolto, nel primo movimento (senza indicazione di tempo, ma, di fatto, un Allegro) dopo poche battute ci risuona chiaro lo schema: lo vediamo subito dal robusto tema, regolare e simmetrico del ‘nostro’ refrain, ecco poi le volate di sapore “solistico” nei vari episodi; il ritorno ciclico del ritornello è presentato sotto diversi colori tonali ed il tutto risulta come molto compatto e vivace: una vera testimonianza d’amore per il gusto italiano!

Quando attacca l’Andante, il secondo movimento, scritto in forma bipartita, ci troviamo in un’ambientazione sonora carica di fascino; preceduta da morbide armonie si staglia una melodia leggiadra ed ispirata, dall’inconfondibile sapore vivaldiano, a ulteriore conferma del modello ispirativo assunto da Bach per questa composizione; essa si muove lentamente in un’unica, lunghissima, linea di canto (ci viene in mente un suggestivo assolo di violino solista del concerto barocco, o una dolce aria vocale). Questo tema infinito si snoda poco per volta rimanendo in rilievo per l’intero passo, come una voce solitaria di intensa pregnanza ed intimissima. Ne cogliamo la bellezza, mentre si riproduce germinando continuamente, quasi per auto gemmazione, formando una collana di fili sonori rilucenti su uno sfondo dolce e opaco dettato da armonie inquiete e vagamente malinconiche. Di colpo la scena si illumina di luce propria ed irrompe il Presto. Di nuovo un tema ritornello, massivo, intenso e dalla forte personalità si fa strada, alternandosi con una serie inusitata di episodi vivaci e ricchi di verve. Tutto scorre velocemente e tutto si assomma in un clima lussureggiante di festa e di gioia, regalandoci gli ultimi passaggi dal teatrale impatto: laddove l’organo trova il massimo della sua espressione attraverso una potenza e un’esplicita duttilità sonora di impattante efficacia.

 

Carl Philipp Emanuel Bach -(Weimar, 8-3-1714; Amburgo, 14 dicembre 1788), forse il più famoso dei figli di Johann Sebastian Bach, detto anche “il Bach di Berlino” o il “Bach di Amburgo”, fu compositore, cembalista, organista e teorico. Dopo gli studi in giurisprudenza all’università di Lipsia, decise di dedicarsi completamente alla musica. Al servizio come primo clavicembalista di Federico il Grande di Prussia; si trasferì poi ad Amburgo. Alla corte berlinese, Bach accompagnava il monarca, flautista dilettante e compositore occasionale, quando si esibiva nell’esecuzione di lavori di Quantz e di Federico stesso. Quando si parla di Carl Philipp Emanuel ci si riferisce allo stile particolare della “sensibilità”, o stile Empfindsamkeit: un aspetto molto evidente anche nella fantasiosa Hamburger Sonate in Sol maggiore Wq. 133/H. 564 per flauto e continuo. Tale stile si traduce in una musica particolarissima: immaginifica e flessuosa, improvvisativa e libera, con linee melodiche instabili ed imprevedibili ricche di inflessioni cromatiche ed armonie cangianti e cariche di colori. Lo storico Charles Burney, in viaggio in Germania e nei Paesi Bassi nel 1732 di lui scrive: “Amburgo non possiede in questo momento professori di musica di grande rilievo, eccetto il signor Carl Philipp Emanuel Bach, ma lui vale quanto una legione!" E certo Carl Philipp Emanuel Bach rappresentò per molti un modello di riferimento, se è vero che notevole parte dell’apprendimento musicale di Franz Joseph Haydn venne dallo studio delle sue partiture e che il grande Wolfgang Amadeus Mozart scrisse di lui: "Egli è il padre, noi siamo i figli". Infine lo stesso Ludwig van Beethoven ammirò e stimò profondamente il suo genio, tanto che dedicò molte ore di lavoro allo studio delle sue celeberrime sonate per clavicembalo, lucide nello stile, delicate e morbide nell'espressione, caratterizzate soprattutto da una libertà e varietà di struttura del tutto sui generis. Proprio la Hamburger Sonate in sol maggiore Wq. 133/H. 564 riflette questi parametri e queste caratteristiche. Composta nel 1786, durante il periodo in cui CPE Bach era ad Amburgo, libero dai precedenti limiti e restrizioni e dal gusto conservatore della corte reale, autore ormai settantenne e maturo d’età e di esperienza, il figlio di Johann Sebastian mostre di avere ancora desiderio di sperimentare e di esplorare mostrando la musica flessibile, adorna e ricca dello stile galante, più che del precedente periodo barocco. L’Allegretto è ondulato e gioviale, con il flauto che si esercita in plastiche evoluzioni mai fini a se stesse, ma che si compiacciono di intendere la musica come autentico ludus, ovvero come frutto di un gioco libero ed estemporaneo. Il Rondò in tempo Presto giunge veloce a vivacizzare la Sonata, con il tema refrain che è una vera e propria ‘sigla’ che ciclicamente ritorna, inframmezzato da divertenti episodi interni. Velocemente, quasi non ci accorgiamo, ci troviamo al saluto finale con il cicaleggiante tema refrain che ci congeda con verve, nel segno di un esibito e classico buonumore dalla bonarietà quasi Haydiana.

Curriculum Marino Mora

Marino Mora

Musicologo - Musicologist

Marino Mora si è diplomato in Pianoforte presso il Conservatorio “A. Vivaldi” di Alessandria e in Composizione e Musicologia presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.

È laureato anche in DAMS Musica alla facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna.

Come esecutore conduce attività di musica da camera in varie formazioni, tra cui duo, trio, quartetto e quintetto.

Nel campo della composizione ha scritto fiabe musicali per ragazzi, brani per vari strumenti ed ensemble, lavori per coro e orchestra, operine.

Collabora con gruppi di teatro e di sperimentazione e ricerca per i quali è comparso sia come autore che come esecutore per alcuni titoli quali Suite Novecento (su testo di Baricco) e Odisseide.

Nel campo musicologico conduce un’intensa attività di studio ed ha scritto articoli per varie testate quali Panorama, Amadeus, Analisi, Spectrum, oltre che contributi per il Corriere della Sera. Ha partecipato alla stesura di collane di storia della musica per De Agostini, Fabbri, Rizzoli e per il Teatro alla Scala.

Scrive guide all’ascolto per vari enti e società concertistiche come il Festival Internazionale delle Settimane Musicali di Stresa.

Impegnato nel campo dell’Analisi Musicale, è curatore di un libro collettivo sull’argomento (Una Tebe dalle molte porte) editato da Curci, del quale risulta anche autore di un saggio sul Don Giovanni di Mozart.

Ha collaborato con Aslico (Associazione Lirico Concertistica Italiana) come musicologo e tiene conferenze e lezioni didattiche per docenti in vari teatri italiani.

Collabora con il Teatro alla Scala di Milano e con l’Accademia della Scala come studioso, nel campo della ricerca e come docente, partecipando a numerose iniziative nel campo della pedagogia e della didattica. Ha pubblicato per Scala due libri per bambini sulla storia del teatro scaligero e su Giuseppe Verdi (ed. Tita).

Già direttore artistico dell’Orchestra Giovanile del Teatro Civico di Vercelli, è fondatore e Direttore Artistico dell’Associazione “Accademia dei Laghi”. Come docente, vincitore di Concorso per Educazione Musicale e per Pianoforte nella Scuola Media Musicale, ha conseguito anche il primo posto assoluto / Regione Lombardia per la Cattedra di Pianoforte nei Licei Musicali italiani, ed è attualmente docente di Pianoforte presso il Corso ad Indirizzo Musicale dell’IC Giovanni XXIII di Arona.

Ha insegnato presso il Liceo Musicale Casorati di Novara Teoria, Analisi e Composizione, Pianoforte e Storia della Musica.

Tiene corsi di didattica per le scuole materne, primarie, secondarie di primo e secondo grado su progetti coerenti con il percorso formativo dei ragazzi per il Miur e l’Ufficio Scolastico Reginale del Piemonte. I progetti sono incentrati sull’ascolto, sull’esecuzione e sulla scrittura creativa del testo e delle musiche per spettacoli di drammatizzazione musicale e teatrale.

Testo Divina Commedia - Divina Commedia chaint text

CANTO XXXIII° : Il conte Ugolino

Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.

 

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.
Poi cominciò: “Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
gia pur pensando, pria ch'io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.
lo non so chi tu se' né per che modo
venuto se' qua giu; ma fiorentino
mi sembri veramente quand'io t'odo.
Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
cioé come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
m'avea mostrato per lo suo forame
più lune gia, quand'io feci 'l mal sonno
che del futuro mi squarcio 'l velame.
Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se' crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti, e l'ora s'appressava
che 'l cibo ne soléa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io senti' chiavar I'uscio di sotto
al'orribile torre; ond'io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
lo non piangéa, si dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi si, padre! che hai?".
Perciò non lagrimai né rispuos'io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo uscio.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".
Queta'mi allor per non farli più tristi;
lo di e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t'apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non m'aiuti?".
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno”.
Quand'ebbe detto cio, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove 'l si suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
si ch'elli annieghi in te ogne persona!
Che se 'l conte Ugolino aveva voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
Innocenti facea I'eta novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto suso appella.
Noi passammo oltre, là 've la gelata
ruvidamente un'altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.
Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer I'ambascia;
ché le lagrime prime fanno groppo,
e si come visiere di cristallo,
riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.
E avvegna che, si come d'un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,
gia mi parea sentire alquanto vento;
per ch'io: “Maestro mio, questo chi move?
non è qua giu ogne vapore spento?”.
Ond'elli a me: “Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato piove”.
E un de' tristi de la fredda crosta
grido a noi: “O anime crudeli
tanto che data v'e I'ultima posta,
levatemi dal viso i duri veli,
si ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
un poco, pria che 'l pianto si raggeli”.
Per ch'io a lui: “Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna”.
Rispuose adunque: “I' son frate Alberigo;
i' son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo”.
“Oh”, diss'io lui, “or se' tu ancor morto?”.
Ed elli a me: “Come 'l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scienza porto.
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte I'anima ci cade
innanzi ch'Atropos mossa le dea.
E perché tu piu volontier mi rade
le 'nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che I'anima trade
come fec'io, il corpo suo I'é tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che 'l tempo suo tutto sia volto.
Ella ruina in si fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l'ombra che di qua dietro mi verna.
Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch'el fu si racchiuso”.
“lo credo”, diss'io lui, “che tu m'inganni;
ché Branca Doria non mori unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni”.
“Nel fosso su”, diss'el, “de' Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,
che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che 'l tradimento insieme con lui fece.
Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi”. E io non gliel'apersi;
e cortesia fu lui esser villano.
Ahi Genovesi, uomini diversi
d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?
Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito gia si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.

Curriculum Maria Teresa Meardi

Maria Teresa Meardi

Lettrice - Reader

Nel 1985 fonda e coordina insieme a Maura Paracchini l’Associazione culturale “La Corte dei Miracoli” a Varallo Pombia (Novara) occupandosi da allora dell’allestimento e della regia di oltre novanta spettacoli teatrali di autori quali Moliere, Brecht, De Filippo, Campanile, Schnitzler, ecc. accanto ad altri scritti su temi di attualità.

Drammaturga soprattutto nel campo di teatro di prosa anche se scrive e coordina la messa in scena di varie “Operette” per il Coro di Voci Bianche di Arnate, ha lavorato come attrice e regista presso la Compagnia “L’Arcano” di Momo.

Coordina e tiene corsi di formazione attorale per minori, ragazzi, adulti.

Psicoterapeuta professionale, inserisce nel suo lavoro formativo uno sguardo improntato all’attore.

Negli anni è stata in palcoscenico con diversi lavori tra cui “Anna Cappelli” e alcuni monologhi tra cui: “Novecento” “La voce rossa” “Ma la fortuna dei poveri dura poco”.

Negli anni si sperimenta anche come attrice di strada nel Gruppo “I Fuoricorte”, proponendo diversi spettacoli in cui mette in risalto la formazione continua in danza e mimo.

Continua la ricerca teatrale e di ricerca sul personaggio formandosi personalmente come attrice presso il Comteatro di Milano Corsico. Frequenta numerosi seminari e stage di approfondimento con Marco Baliani, Antonio Brugnano, Marzio Paioni, Susanna Baccari, Carlos Maria Alsina.

Partecipa a film e cortometraggi e ha occasione di dare voce ad un programma radiofonico e agli incontri di “Parole & Mote” promossi da Sonata Organi.